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#restate a casa e cantate l’Italiano vero!!

C’è una ragazza che si sporge dal balcone di casa, a Wuhan, e nella notte illuminata dalle luci dei grattacieli chiede agli sconosciuti vicini di uscire e di far sentire che stanno bene.

A distanza di due mesi, in Italia, si cerca di imitarla con una iniziativa governativa o simile, e l’iniziativa si ripete per una settimana, tutti i santi giorni, per chiedere alla gente di stringersi in un abbraccio virtuale. Tutti a gridare che andrà tutto bene, a cantare l’Inno di Mameli, suonare uno strumento, ballare una polka, che altro?

E dovrebbe essere la stessa cosa? Da una parte una ragazza sola, effettivamente triste e angosciata per la sua condizione, che chiede conforto a chiunque possa rispondere e farla sentire meno sola, dall’altra una iniziativa nazionale, spinta dal governo e da una pletora di pseudo-artisti. E questo fa veramente sentire gli italiani meno soli? Meno depressi, meno disperati? Perché te lo dice il Presidente del Consiglio e Fiorello, che cantando Fratelli d’Italia, troverai i fratelli che non sapevi di avere?

Io sento solo che quando questa emergenza finirà, e quindi direi in meno di un mese da oggi, non sarà cambiato nulla nel animo delle persone, perché il cuore non è scemo e non si fa abbindolare in una cerimonia di piazza ordinata in TV o su un social.

Credo che sia e me ne rimarrà solo, l’ennesimo tentativo, riuscito, di addormentarci con dei buoni sentimenti acquistati a buon mercato, illusi di poter fare delle manifestazioni spontanee all’interno dei severi paletti del #restate a casa.

Non solo, perché, alla terza manifestazione della serie si arriva a chiamarla Flash mob! Flash mob? Il flash mob è per ovvie ragioni di termini una “mobilitazione fatta in maniera veloce e inattesa”; questa è una mobilitazione di persone che non si trovano in nessun posto in comune e, che non può dirsi flash se è conosciuta da tutti con due giorni di anticipo.

Ma l’uso delle parole flash mob non è casuale, ha un’utilità comunicativa: serve per far sentire la gente ancora più illusa di essere libera di muoversi, di agire, di fare come si vuole. Ma l’ho detto, è un’illlusione. L’ennesimo sfruttamento dell’intelligenza dei topolini in gabbia perché si illudano di stare usando il proprio cervello.

Maestri del pensiero

Su La Stampa di oggi, 29 agosto, a pagina 3, è presente un articolo di dibattito sui professori che devono affrontare il Covid nella scuola.

A chi viene chiesto un commento, accanto alla Ministra dell’istruzione? A Simona Ventura, Al bano, Arisa. Ora le mie idee sono meno vaghe.

Grazie Gedi news

Facendo un po’ di precisazioni personali a caso…

Faccio riferimento all’articolo di A. Panebianco sul Corriere, ripreso dal sito I Liberali.org (https://www.iliberali.org/rassegna-stampa/la-nuova-ondata-statalista-un-pericolo-per-la-liberta-e-leconomia/). Esiste questa comprensibile, ma non giustificabile, forma di sfiducia nei confronti dello Stato regolatore dell’economia. Comprensibile perché le inefficienze cui tutti assistiamo quotidianamente non lasciano scampo ad altri tipi di giudizi, non giustificabile perché il vero problema è la situazione di stallo e inefficienza cui si trova lo Stato italiano attualmente.

Citando Cottarelli, cui anche Panebianco fa riferimento, questi discorsi non hanno un granchè senso in assenza di una serie di riforme strutturali che permettano allo Stato di diventare quello che ogni liberale come il sottoscritto desidera (non sogna!! per ora), ovvero la cornice entro il quale il sistema delle imprese si sentono sicure di poter operare. Senza il quale non è possibile sperare in un ritorno di fiducia da parte degli imprenditori, e di conseguenza in un ritorno degli investimenti.

Altro punto: il giornalista del Corriere si chiede chi deve decidere quali sono i settori strategici in cui lo Stato italiano vuole entrare come investitore. Mi permetto di rispondere che si tratta di una tautologia. Lo Stato e chi se no?

Personalmente credo che il capitalismo abbia necessità di una figura super partes che garantisca le regole del gioco di mercato, e nel mondo attuale c’è bisogno che questa figura entri nel gioco come concorrente perché fa parte del suo ruolo di arbitro. Un intervento che deve essere assolutamente extra-ordinario, non ci sono dubbi. Ma il rischio che stiamo correndo ora, cioè che il divario socio-economico tra le parti sociali si allarghi, chiede con urgenza che si ritorni ad una forma di economia mista.

Sono d’accordo nel dire che, se è l’arbitro a decidere l’entità del proprio intervento nella concorrenza di mercato, ed è questo Stato, con questi difetti strutturali, a farlo, si sta correndo un serissimo rischio di stagnazione dell’attività e di un difficile ritorno alle regole capitalistiche, ma il gioco, io credo, vale la candela.

Un’immagine distorta dell’Italia

A dirlo è una parte piuttosto inaspettata e importante, cioè il noto quotidiano tedesco Der Spiegel. Giro questo articolo trovato dagli amici dell’Alde (Alliance of Liberals and Democrats for Europe). Have a good reading

Editoriale sul Der Spiegel di Thomas Fricke
La Germania ha “un’immagine distorta e fatale dell’Italia”, un’immagine che finirà per “fare a pezzi l’Unione europea”.Lo scrive oggi in un lungo editoriale lo Spiegel, che lo pubblica addirittura in apertura del proprio sito. Un articolo molto duro nei confronti della classe politica tedesca: Thomas Fricke, che firma il pezzo, non esita a parlare di “tutta questa arroganza tedesca che – non solo adesso, ma soprattutto adesso – è particolarmente tragica”.E non solo perché “la solita lagna tedesca ha a che fare con la realtà della vita degli italiani quanto i crauti hanno a che vedere con le abitudini alimentari dei tedeschi”. A detta dello Spiegel, la lite sull’eventuale partecipazione dei tedeschi agli eurobond “è imbarazzante”, perché si preferisce “fantasticare sul fatto che gli italiani avrebbero dovuto risparmiare prima”, fantasie che “spiegano la mancanza di zelo da parte della Germania nel far partire al vertice Ue di questa settimana una storica azione di salvataggio”.Ed ecco l’affondo: “L’Europa rischia di sprofondare nel dramma, non perché gli italiani sono fuori strada, ma a causa di una parte predominante della percezione tedesca”. E ancora: “Forse è per colpa dei tanti film sulla mafia”, scrive il settimanale tedesco ironizzando sui rispettivi stereotipi tra i due Paesi, “forse è solo l’invidia per il fatto che l’Italia ha il clima migliore, il cibo migliore, più sole e il mare”.Secondo Fricke, “se lo Stato italiano in una crisi come questa finisce sotto pressione dal punto di vista finanziario, dipende – se proprio deve dipendere dagli italiani – dal fatto che il Paese ha una quota di vecchi debiti pubblici, ossia dai tempi passati. Solo che questo ha poco a che vedere con la realtà della vita di oggi, ma con una fase di deragliamento degli anni ’80, il che ha a sua volta a che vedere con gli interessi improvvisamente schizzati in alto”.Lo Spiegel fa anche un paragone storico sempre molto scottante per la Germania: “Se noi tedeschi non avessimo avuto all’estero amici tanto cari che nel 1953 ci abbuonarono una parte dei nostri debiti, staremmo ancora oggi con un pesante fardello in mano. E come va a finire quando le persone devono continuare a pagare debiti nati storicamente, la Germania lo ha dimostrato alla fine della Prima guerra mondiale, quando alla fine il sistema si rovesciò, come da anni rischia di succedere anche in Italia”.Inoltre, l’editoriale del settimanale ricorda che “da 30 anni lo Stato italiano spende meno per i suoi cittadini di quello che prende loro, con l’unica eccezione dell’anno della crisi finanziaria mondiale 2009. Questo vuol dire risparmi record, non sperperare”. Il giornale cita anche gli investimenti pubblici “tagliati di un terzo dal 2010 al 2015”, così come “si sono rimpicciolite le spese per l’istruzione e la pubblica amministrazione”.Insomma: “Dolce vita? Stupidaggini. Gli investimenti pubblici dal 2010 in Italia sono calati del 40%. Un vero e proprio collasso”. Questo mentre in Germania, la spesa pubblica “è cresciuta quasi del 20%”, ossia “lo Stato spende a testa un quarto di più di quello che spende in Italia. Il che in queste settimane si percepisce dolorosamente”.Una situazione che con l’attuale crisi da pandemia del coronavirus si tramuta “in un dramma incredibile”: “In Italia sono mancati i posti letto e sono morte tante persone che oggi forse potrebbero essere ancora in vita. Non è direttamente colpa dei politici tedeschi, ovvio. Ma sarebbe ben giunto il tempo di smettere con folli lezioncine, e di contribuire a far piazza pulita delle cause del disastro, caro signor Schaeuble (già ministro alle Finanze negli anni più caldi dell’eurocrisi, ndr). O di dire “scusateci” almeno una volta”.E invece “con assoluta serietà” si continua ancora a parlare della “dipendenza da credito” degli italiani, continua lo Spiegel. “Ma anche qui, un piccolo suggerimento fattuale: i debiti privati, commisurati al Pil, in quasi nessun Paese dell’Ue sono così bassi come in Italia”.Infine: “È giunta finalmente l’ora di mettere fine a questo dramma, e magari proprio con gli eurobond, quali simbolo della comunità del destino della quale comunque facciamo parte sin da quando abbiamo una moneta comune”, conclude Fricke. “Ancora i tedeschi hanno tempo di raddrizzare la curva dopo le contorte settimane scorse: altrimenti l’Unione europea nel giro di qualche anno non sarà più un’unione.In Italia come in Francia arriveranno al potere delle persone che, come adesso già fanno Donald Trump o Boris Johnson, non hanno nessuna voglia di stare al gioco: quel gioco sul quale la Germania da decenni costruisce il proprio benessere”.

L’insistenza italiana su Eurobonds

segnalo questo articolo arrivatomi dalla newsletter dell’Alde (Alliance for Liberals and Democrats for Europe), il terzo partito per numero di eletti al Parlamento europeo, per far notare due aspetti per me importanti. Il primo riguarda come noi italiani stiamo facendo una figura orrenda di fronte all’Europa e alle sue istituzioni: nell’articolo ci si chiede per quale motivo il nostro Governo faccia resistenza a ricevere una “solidarietà” (termine che viene usato esplicitamente nell’articolo) per combattere il Covid, da parte di Stati che non hanno alcun interesse a farlo (sia perchè più ricchi, sia perchè molto più poveri di noi), per il semplice motivo che le forze populiste del Paese si sentono umiliate.

Secondo punto importante, è il fatto che per l’Europa noi siamo ancora il Paese di De Gasperi ed Einaudi, i quali sono stati i punti più alti della nostra politica fino a che non è arrivato Berlusconi a mettere in cattiva luce la nostra fama all’estero.

L’articolo è molto esplicito nel parlare: se siete il Paese più colpito economicamente dalla pandemia, e noi lo riconosciamo, allora è corretto che vi si venga incontro con una serie di manovre economiche più che utili e convenienti. Ma voi, Italia, no! Voi preferite mettervi a discutere sul fatto che si tratta di carità e che volete gli Eurobond perché per voi è una questione di principio. Però, aspettate signori Italia, qui al nord questo discorso non lo capiamo. Vi vogliamo bene e facciamo di tutto per voi ma non sarà che voi questi Eurobond li volete per farci altri interessi che non c’entrano nulla con l’epidemia e la ripresa economica? Ci starete mica nascondendo qualcosa?

Ecco come ragiona l’Europa. Si stupiscono per una nostra questione terminologica. Nonostante da noi sia uscito un bellissimo articolo di Cottarelli (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/12/news/un-assurdo-dibattito-sui-fondi-del-mes-la-condizione-e-spendere-di-piu-non-meno-1.38708779) per spiegare che la nostra è solo una paturnia, noi continuiamo a fare la figura dei debosciati col vizio del gioco che battono pure i pugni sul tavolo della cucina perché mammà non ci dà i soldi per giocare.

ah… infine, il loro anziano italiano di riferimento è l’ottantunenne Prodi, uno che da noi non sappiamo più chi sia.

Buio.

https://www.aldeparty.eu/news/italys-insistence-eurobonds-dividing-europe

Facciamo un po’ di complottismo?

Tranne me e Feltri su La Stampa di oggi, nessuno ha notato che l’uccisione di al Baghdadi è arrivata a pochi giorni dallo sconfinamento turco nel Kurdistan siriano? Facendo un’ipotesi (Che sarà errata per definizione), immaginiamo che Erdogan abbia mandato un fax a Washington in cui diceva: Caro Donnie, vorresti la testa del secondo terrorista più odiato negli Usa dal 2001? Casualmente lo teniamo d’occhio noi turchi, se magari tu fai in modo che i tuoi soldati si girino verso il mare per una decina di giorni (lo hanno fatto a Srebrenica quelli dell’UN,chiedi a loro il protocollo), io ti mando una PEC con le coordinate che interessano.

Ecco, facciamo un’ipotesi….

Flat Tax

Durante una delle mie ultime lezioni, mi è stato chiesto perché non credo nella Flat tax. Tanto per fare colore, amo poco il nome inglese. Ancor meno la versione italiana di “tassa piatta”. Ma non è una cosa importante. Il concetto di “imposizione a percentuale unica” in Italia è già esistente nella forma dell’IRES, che colpisce le aziende, quindi dal punto di vista della politica non è una rivoluzione.
Parlando seriamente, il concetto nasce dall’idea, fondante del liberismo degli anni ’70, per il quale una persona, fisica o azienda, decide di investire la parte di reddito non consumata, dedotta la quantità di tasse che la persona deve pagare. Quindi, se alle famiglie viene abbassata l’aliquota e di conseguenza le imposte, ci si deve attendere una maggior propensione a investire o a consumare (Friedman).
La retorica italiana dà una doppia motivazione alla Flat tax, a quella appena detta aggiunge il fatto che una tassa semplice nella forma (abbandonando la forma a scaglioni) e più leggera nella sostanza abbasserebbe la tentazione delle persone e degli imprenditori a evaderla.
Partiamo da questo secondo punto: non c’è nessuna prova che le persone siano indotte a pagare le tasse se queste sono più basse. Chi ha intenzione di evadere o eludere il pagamento delle imposte non lo fa in base alla cifra, ma in base ad una volontà prioritaria a farlo. A questo aspetto, temo, si debba ovviare con un togliendo all’evasore quell’aria di furbizia che provoca ammirazione da parte degli altri. Noi oggi ammiriamo i furbi, ammiriamo chi salta la fila allo sportello della posta, chi fa piccole truffe, ovviamente quando non siamo noi le vittime della furbizia. Dovremmo iniziare a pensare, e a far pensare, che chi evade le tasse è uno sfigato, è uno che frega anche noi e non uno che ruba a degli impersonali “altri”.
Trovo corretto chi potrebbe ribattere che molte famiglie, vivono in una situazione di crisi dal 2008 e vorrebbero pagare le tasse, perché lo trovano giusto, ma non possono materialmente farlo. A questo punto chiediamoci: le piccole famiglie evadono il fisco? Da dati dell’Agenzia delle Entrate, il grosso dell’evasione fiscale arriva dai grandi evasori (grandi redditi, cioè) e dall’evasione delle imposte indirette, il famigerato “nero”. Quindi, sembra ovvio che la flat tax non va a risolvere il problema delle famiglie.
La logica sarebbe, a questo punto, a favore dei sostenitori della flat tax: i grandi risparmiatori, gli imprenditori, trovandosi a pagare una tassa che è spesso meno della metà della precedente, sono stimolati a pagare. Giustissimo! Solo che, dagli anni 80 a oggi, da quando le teorie della scuola di Chicago sono tornate a parlare di riduzione delle tasse, la storia ha dimostrato che la cosa non è mai avvenuta! Nonostante Reagan, Thatcher e tutti gli epigoni che sono passati in Occidente in questi trent’anni e hanno parlato di libertà e “più privato, meno Stato”.
L’economia è una scienza strana, fa le proprie teorie basandosi su di un concetto di razionalità, conscia del fatto che le società non sono e non agiscono in maniera razionale. Così, in una scuola qualcuno fa una bellissima teoria e poi si trova a doversi scontrare con la realtà. E la realtà dice che le persone consumano o risparmiano se sentono fiducia nel futuro del proprio Paese.
Questo manca.
Il grande problema dell’Italia, che all’estero hanno credo superato, è ricostruire un clima positivo e credibile, in cui le famiglie e le imprese hanno voglia di stare e lavorare. Solo così è serio parlare di scelta tra consumi e investimenti e di contrasto all’evasione.